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Editoriale

È grande l’attesa tra i fisici per il giorno in cui il più grande acceleratore di particelle del mondo, l’europeo Large Hadron Collider (Lhc), verrà messo in opera e raggiungerà la massima potenza. Nel 1929 Robert Van de Graaff costruì una macchina per accelerare particelle. Poco dopo Ernest Lawrence inventò il ciclotrone, il primo acceleratore di particelle capace di raggiungere alte energie. Fu chiaro immediatamente che queste macchine acceleranti avevano un grande potenziale nello sviluppo di applicazioni mediche e industriali. Lawrence ne fu un pioniere impiegando le radiazioni per combattere il cancro. Oggi, quasi ottanta anni dopo, più di 15.000 acceleratori in uso nel mondo danno un contributo essenziale al nostro benessere e a tanti prodotti importanti nella vita quotidiana. Più del 97% di questi acceleratori sono impiegati in molti settori applicativi, mentre alcune centinaia vengono usati per la ricerca scientifica. Gli acceleratori possono essere così piccoli da stare su un tavolo ma anche lunghi decine di chilometri. Possono essere lineari o circolari, produrre fasci continui o pulsati e utilizzano diverse tecnologie per accelerare i fasci di ioni. Un acceleratore di particelle permette di raggiungere energie utili ad analizzare la struttura intima della materia. In queste macchine le particelle elettricamente cariche come elettroni o protoni sono accelerate e acquistano una grande energia. Lanciate a una velocità prossima a quella della luce verso un bersaglio entrano in collisione. I fisici possono studiare nuove particelle e le leggi che ne regolano il comportamento ponendo ai propri strumenti e acceleratori obiettivi ambiziosi, di precisione e qualità delle misure. Se l’uso di tecnologie nuove, costantemente aggiornate e migliorate, è una necessità per i risultati immediati della ricerca, queste portano anche un’onda lunga di ricadute e applicazioni utili nei campi più diversi. Di acceleratori, di come funzionano e del loro uso vi parliamo qui, mentre al grande Lhc, ai suoi esperimenti e obiettivi dedicheremo un prossimo numero di Asimmetrie.


Andrea Vacchi

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