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[as] con altri occhi
La fisica, più magica di Harry Potter.

di Bruno Arpaia, scrittore

L’avevo quasi giurato a me stesso. Dopo aver impiegato sei anni, tra lavoro di documentazione e scrittura vera e propria, per mettere giù le cinquecento pagine del mio ultimo romanzo, mi ero solennemente ripromesso di cercare di rendermi la vita più facile. Giurin giurello: da quel momento in poi, avrei scritto libri più brevi, con storie più “facili” e soprattutto che non avessero bisogno di tante estenuanti ricerche e di tanta documentazione. Ma i romanzi si scrivono per passione, inseguendo una storia o un’idea travolgente, un’ossessione. E se c’era una cosa che negli ultimi anni era riuscita ad appassionarmi, a ossessionarmi davvero (più della letteratura, più della storia, più della politica), be’, quella era la fisica. Solo la fisica era riuscita a tenermi sveglio la notte cercando di farmi una vaga idea di cosa fossero i gruppi di Lie o saccheggiando il sito di ArXiv per leggerne avidamente gli articoli, ovviamente saltando le equazioni complicate.
E così, contravvenendo a ogni promessa, a settembre dell’anno scorso mi sono ritrovato a Ginevra, in una stanzetta del foyer del Cern, senza sapere ancora bene cosa fare, senza una storia o una trama in testa, ma con la ferrea volontà di scrivere un romanzo che avesse al centro la fisica. La fisica di oggi, quella dei grandi misteri da risolvere. La fisica che cerca di capire perché la materia di cui siamo fatti costituisca solo il quattro per cento dell’universo e sia, in definitiva, solo “un’impurità poco diffusa nel cosmo”. La fisica che cerca di sviscerare il meccanismo che fornisce la massa alle cose e agli esseri viventi. La fisica che ricrea spezzoni dell’universo di quattordici miliardi di anni fa e prova a spingersi oltre il Modello Standard e i suoi problemi. La fisica, più magica di Harry Potter, del mondo quantistico. La fisica che ascolta e decifra i deboli segnali che arrivano da galassie lontanissime. La fisica che immagina cosa succede a scale enormi o minuscole, la fisica che vuole scoprire cosa siano davvero lo spazio e il tempo. La fisica che si spinge alle frontiere ultime delle nostre conoscenze e dei nostri limiti. E così, caschetto in testa e scarpe chiuse ai piedi, accompagnato da persone meravigliose, sono sceso a cento metri sotto terra, nelle viscere dei quattro esperimenti principali di Lhc.
Inutile dire che sono rimasto a bocca aperta di fronte a quelle macchine alte come palazzi di sei piani, formate da centinaia di migliaia di pezzi che devono incastrarsi tra loro con la precisione di pochi micron, collegate da migliaia di chilometri di cavi a una rete di computer sparsa in tutto il mondo, necessaria a processare quell’immensa quantità di dati. E tuttavia, se devo dire la verità, altre cose mi hanno colpito con più forza, lì al Cern. Prima di tutto, la trasparenza e la democrazia della scienza, grazie alle quali anche l’ultimo arrivato, anche uno stupido qualunque come me, può ficcare il naso dappertutto e vedere i ritrovati tecnologici più avanzati, che normalmente sarebbero oggetto di contese a suon di milioni di euro tra agguerrite aziende multinazionali. È una boccata d’aria pura, un evento meraviglioso, in tempi in cui si brevetta perfino il genoma umano e in cui finanche l’acqua da bere può diventare un affare nelle mani dei privati. Non basta: in tempi freddi e disincantati come quelli che ci troviamo a vivere, mi hanno colpito anche la passione con cui quegli scienziati e quelle scienziate si dedicano al proprio lavoro, la sete di conoscenza allo stato puro che li muove, il trasporto con cui parlano del bosone di Higgs o della luminosità della macchina che si augurano di raggiungere, l’ostinazione con cui sperano di contribuire a rischiarare, almeno in piccola parte, il buio che ancora avvolge le nostre conoscenze sulla realtà, la disponibilità, la curiosità e l’interesse nei confronti di chi, come me, viene forse da un mondo completamente diverso dal loro. Come diceva Isidor Isaac Rabi, “è un vero peccato che il grande pubblico non abbia alcuna possibilità di farsi un’idea della grande eccitazione, intellettuale ed emotiva, che accompagna le ricerche nei campi più avanzati della fisica”. Be’, adesso, specie dopo quella settimana trascorsa al Cern, il mio scopo (ambizioso quanto difficile) è proprio questo: scrivere un romanzo che restituisca al “grande pubblico” almeno un assaggio di quell’eccitazione e di quella passione. Non è assolutamente detto che ci riesca. Ma mi piacerebbe almeno trasmettere l’idea che non sono poi forse tanto diversi gli occhi con cui i fisici e i romanzieri guardano il mondo: se uno scrittore usa ingenti dosi di immaginazione, un fisico non è da meno. Anzi. Un qualunque teorico, oggi, ha forse molta più immaginazione dei migliori narratori. Se così non fosse, sarebbe stato impossibile elaborare le arditissime ipotesi che sono alla base di molta della fisica del XXI secolo, quella che viene prefigurata oltre il Modello Standard, e che, solo una decina d’anni fa, sembravano confinate nel regno della fantascienza.
E del resto, come è accaduto ai tempi di Galileo e Keplero, e poi in quelli di Einstein o di Schrödinger, l’indagine scientifica sulla realtà ha spesso completamente sovvertito anche l’immaginario degli uomini comuni nella loro vita di tutti i giorni; viceversa, l’immaginario letterario e artistico ha fornito molti spunti ai fisici per comprendere più a fondo la realtà. Certo, a differenza dei miei amici e delle mie amiche che lavorano a Lhc, io non riuscirò mai a “vedere” un evento sullo schermo di un computer sapendo decifrare quella specie di complicato fuoco d’artificio di processi, tracce, decadimenti, jet ed energie mancanti; io non saprò mai capire fino in fondo, dopo una collisione di protoni sparati quasi alla velocità della luce, ciò che è accaduto davvero nel mondo minuscolo e segreto delle particelle elementari, così simile a quello che ha dato inizio all’universo. Ma la passione e l’immaginazione che spingono me a scrivere romanzi e un fisico a esplorare gli angoli più remoti della materia, dello spazio e del tempo, mi sembrano intessute della stessa sostanza, dello stesso desiderio di conoscenza, delle stesse profondissime domande sulla nostra vita in questo sperduto pianeta di una piccola stella di una galassia periferica del cosmo.

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