[as] intersezioni
Liberare il mondo.

di Giulio Giorello
filosofo della scienza

a.
La statua di Giordano Bruno a Campo de Fiori (Roma), sul luogo in cui nel 1600 è stato arso vivo.
“ELPINO: Come è possibile che l’universo sia infinito? FILOTEO: Come è possibile che l’universo sia finito?” Così si apre il dialogo De l’infinito, universo e mondi (stampato presso John Charlwood, Londra 1584) di Giordano Bruno da Nola. In questo teatro delle idee l’autore, che già aveva messo in forma di commedia le peripezie di astrologia, alchimia e magia nel suo Candelaio (1582), sviluppa il contrasto tra le prove d’impossibilità rispettivamente dell’infinito e del finito, fino a che Elpino, portavoce sempre più perplesso della cosmologia aristotelica, verrà piegato alle ragioni sempre più convincenti di Filoteo, per il quale “uno dumque è il cielo, il spacio (cioè lo spazio, ndr) immenso, il seno, il continente universale, l’eterea regione per la quale il tutto discorre e si muove. Ivi innumerabili stelle, astri, globi, soli e terre sensibilmente si veggono, et infiniti raggionevolmente si argumentano”.
Il nome di battesimo di Bruno non era Giordano, ma Filippo, e lui aveva cambiato nome nel prendere quegli ordini cui avrebbe sdegnosamente abiurato. Scegliendo “Filoteo” come suo portavoce, aveva forse recuperato e nobilitato il “Filippo” di un tempo, semplicemente tramutando “Colui che ama i cavalli” in “Colui che ama Dio”. Come ha notato Italo Calvino nelle Lezioni americane, l’universo bruniano è senza limite, ma ciascuno degli innumerevoli “mondi” che lo compongono è finito, e “totalmente infinito” è solo Dio.

Questo respiro teologico non cancella, anzi esalta la rivoluzione scientifica che il filosofo viene annunciando. Come ha scritto uno dei più brillanti studiosi di Bruno, Miguel A. Granada, il Nolano “non si limitava ad accettare la realtà del cosmo copernicano”, ma mirava a “un universo infinito in atto [...], in quanto effetto unico e totale [...] dell’infinita potenza-bontà-volontà divina”. E non si tratta solo dell’individuazione di un tema che attraverserà il dibattito fisico almeno fino all’Illuminismo, ben oltre la prudenza di Copernico e l’ambiguità di Galileo; ma di un’idea che doveva innervare anche una grande svolta del Novecento. Moritz Schlick, assistente di Max Planck e ammiratore di Einstein, nonché anima del positivismo logico viennese, coglieva nel 1917 la radicalità della sovversione operata da Bruno, trovando un’autentica “liberazione dello spirito” nella concezione del Nolano, per cui le innumerevoli stelle fisse erano anch’esse soli simili al nostro e stavano sospese nello spazio non limitato da alcuna sfera rigida, non più racchiuso da alcun “globo di cristallo”. All’epoca sostenitore, come anche Einstein, di un universo inteso come varietà chiusa, Schlick riteneva che ciò non cancellasse affatto l’intuizione di Bruno, perché restava cruciale l’assenza di qualsiasi “confine” che delimiti il pur finito universo einsteiniano. Oggi, dopo le teorie evolutive di un universo in espansione, per non dire della proliferazione del multiverso, di cui il nostro universo non sarebbe che una componente particolare, l’intuizione bruniana acquista nuovo vigore nel quadro di una realtà “infinita in ogni direzione”, per usare la pregnante espressione del fisico Freeman Dyson. Non meno rilevante è la ricaduta politica: in un cosmo il cui involucro “non si trova da alcuna parte” non c’è nemmeno un punto centrale assoluto; ma qualsiasi punto può venire assunto come centro locale. Ciò spazza via ogni pretesa di un potere divinizzato e apre la strada a una politica che situa il carattere mondano delle “repubbliche” nella cornice di una natura inesauribile. Bruno era consapevole che l’abbattimento di ogni “muraglia”, sia astronomica sia politica, avrebbe fatto sì che chiunque l’avesse incontrato avrebbe finito “col morderlo e il divorarlo”. Lo dimostra il rogo in Campo dei Fiori a Roma, il 17 febbraio 1600. E non è forse una coincidenza che Moritz Schlick sia stato assassinato da uno studente filonazista sulle scale dell’Università di Vienna nel 1936. Come intuisce poeticamente Leopardi, quando “del Tirreno / nell’infinito seno / scende la Luna”, il suo calare è immagine della morte di qualsiasi essere umano, mentre “si scolora il mondo” – quello stesso mondo che la filosofia di Bruno aveva contribuito a liberare.

b.
Urbi et orbi, autore anonimo, xilografia (pubblicato per la prima volta in L’atmosphère: météorologie populaire di Camille Flammarion, Parigi, 1888).
 

 

 

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