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[as] benvenuti a bordo
Intervista a Giorgio Riccobene, ricercatore dei Laboratori Nazionali del Sud dell'Infn.

di Antonella Varaschin

[as]: Quando è iniziata la tua passione per la fisica?

 

Giorgio [G]: Da piccolo mi regalarono dei libri che trattavano argomenti di fisica e leggendoli, non so bene perché, iniziai ad appassionarmi alla materia. Per fortuna non divenne mai una mania, ma il mio obiettivo era studiare fisica. Insomma, la fisica è entrata nella mia vita un po’ per caso quando avevo una decina d’anni per non uscirne più!

[as]: Lavori a Nemo, un progetto per studiare dal fondo del mare i neutrini di alta energia: immagino che tu abbia fatto delle campagne in nave per seguire l’esperimento. Com’è andata?

 

[G]: L’inizio dell’attività di Nemo, era il 1998, quasi non è stato altro che un continuo di uscite in mare: come si fa per un telescopio ottico quando si cerca la visibilità migliore, così noi cercavamo le condizioni ottimali in acqua. Le campagne in mare si sono susseguite con ritmi intensi per quasi sei anni e proseguono tuttora, anche se meno frequenti. In particolare io, che allora ero un dottorando e uno dei più giovani, mi sono dovuto occupare un po’ di tutti gli aspetti organizzativi e logistici. Questo, per esempio, ha significato nel 1998 fare una campagna in mare di circa un mese: un mese senza mai toccare terra! Devo dire che si impara moltissimo, perché quando ti trovi fuori in mare, diversamente da quanto accade in un laboratorio di ricerca, non sei tu che decidi che cosa fare e quando, ma sei in balia delle condizioni ambientali. Ti può capitare di dover bloccare la calata in mare dello strumento per fare misure perché le condizioni del tempo non te lo consentono: devi immediatamente recuperare la tua apparecchiatura perché la cosa diventa pericolosa per te e per gli altri. È allora che riduci quel tuo senso di controllo delle condizioni al contorno che probabilmente il fisico “per natura” possiede. Da fisico tendi a credere di poter fare il tuo lavoro organizzando tutto, invece ti rendi conto che le cose non sempre vanno così. Quando sei in mare è il mare che comanda. Talvolta è stata dura, ma stare un mese con le stesse quindici persone ha fatto sì che si creasse un certo affiatamento all’interno del gruppo.

[as]: A poco più di trent’anni lavori come ricercatore con un contratto a tempo indeterminato: non è poi così comune in Italia...

 

[G]: Mi ritengo parecchio fortunato perché la mia esperienza si differenzia da quella di tanti colleghi che purtroppo non hanno ancora la possibilità di avere un posto fisso. La mia fortuna di prendere un posto stabile come ricercatore è dovuta anche al fatto che, in un certo senso, ho rischiato. Mi sono laureato in fisica nucleare facendo degli esperimenti ai Laboratori Nazionali del Sud e poi, diversamente dalla maggior parte dei miei colleghi, quando è iniziato il progetto Nemo, che all’epoca era più che altro una scommessa, ho deciso di abbandonare un campo consolidato, come quello della fisica nucleare, e rischiare. Sono andato a Roma dove si iniziavano gli studi in questo settore e poi sono cresciuto con Nemo. Così quando c’è stata l’opportunità di un posto fisso di ricercatore per lavorare al progetto, mi sono trovato con pochissime altre persone in Italia che potevano concorrere per lo stesso impiego. Quindi il consiglio che do a tanti ragazzi che magari iniziano adesso a studiare fisica è di osare, di lanciarsi in una attività di ricerca nuova, se si presenta loro l’occasione. Incamminarsi su nuovi tracciati è anche nello spirito dell’attività di ricerca.

[as]: Nel tuo lavoro avrai la possibilità di entrare in contatto con colleghi di altri Paesi. La situazione della ricerca italiana è effettivamente sui generis?

 

[G]: Per quanto riguarda le discussioni scientifiche non ci sono differenze, anzi, i ricercatori italiani sono molto competitivi. Più in generale, però, quello che ho notato nel nostro Paese è un certa difficoltà ad acquisire nuovi giovani ricercatori: è questa la differenza sostanziale con l’estero. Inoltre, l’altra situazione difficile che ho vissuto quando ancora non avevo un posto stabile, è che i precari italiani hanno delle retribuzioni inferiori rispetto a quelle dei colleghi europei. Insomma, il fatto è che il lavoro del ricercatore non viene valutato per quello che è: un lavoro certo appassionante ma anche di sacrificio.

[as]: La tua giornata-tipo?

 

[G]: Mi sveglio verso le nove e vengo a lavoro. Adesso, con i nuovi sviluppi dell’acustica del progetto Nemo ho parecchi interessi scientifici di cui occuparmi. Lavoro con il mio piccolo gruppetto di ricerca e poi seguo l’attività degli studenti: tutto ciò mi assorbe l’intera giornata. Solitamente esco dal lavoro verso le dieci di sera. Quando posso cerco di uscire a divertirmi con gli amici: vado al cinema, cucino e ho provato anche a ballare il tango. Ora che sono più sereno, perché ho un lavoro stabile, cerco di ritagliarmi un po’ di tempo libero. Se penso allo stress che si ha quando a trent’anni non si può ancora contare sulla stabilità lavorativa… è un gran problema questo! In passato sono stato rappresentante dei dottorandi e ho ancora a cuore certe questioni, anche se ora l’attività di ricerca non mi consente di avere più queste occupazioni.

[as]: Prospettive per il futuro?

 

[G]: Nemo ha una durata che si prevede non inferiore a un decina d’anni e non lo abbandonerò prima. La cosa divertente di questo esperimento è che si lavora su più campi: mi sono trovato al limite tra la fisica e la biologia, occupandomi così di aspetti interdisciplinari. Per fortuna, ho un lavoro che mi offre ampi spazi di manovra, posso scegliere. Nemo ci insegnerà tantissimo sul mare e sulla fisica del mare: secondo me, potrebbe essere una grandissima opportunità per iniziare nuove ricerche. Mi piacerebbe fare biofisica, ma non lo so… staremo a vedere le possibilità che Nemo offrirà… chissà a che cosa mi appassionerò...

 

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